lunedì 16 settembre 2013

Ho incontrato Gutenberg. Tipografia storica a Città di Castello.

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di Stefano Baglioni


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Agosto, Città di Castello, Tipografia Grifagni-Donati; nel suo certificato di nascita è riportata la data 1799 ed è tra le centocinquanta imprese più longeve d’Italia. Sono capitato lì per caso e poi per curiosità, che messi insieme, quasi sempre, creano dei piccoli eventi significativi.

“L’ Officina” tipografica si trova nei locali sovrastanti una chiesa che non c’è più, usati prima come sede conventuale e poi come carcere. Un viaggio che, oltre al diverso uso dei locali, attraversa gli strati del pensiero e della parola: canonici, vietati e poi liberi “nell’impronta della scrittura”. L’etimologia della parola tipografia è così la tessera che completa il mosaico e concede una sensazione materica confortante.

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Credo che un po’ tutti i luoghi di lavoro generino curiosità. Perché sono densi di riferimenti, richiami, forme, oggetti, interstizi e spiragli da scrutare e indagare che fanno roteare gli occhi e li riempiono di blow up. Poi perché, più intensamente, in questi luoghi ci si sente coinvolti dal vissuto quotidiano e dalle storie delle persone che li frequentano e che li hanno frequentati. La sensazione si muove a spirale e si unisce a quella data dalle architetture degli spazi, dalle macchine, dagli arredi, dai materiali, dai rumori, quasi che questi stessi, in un vocio costante, raccontassero ciascuno la loro storia con i propri suoni e parole. Suoni e parole che puoi ascoltare attivandoli con gli occhi che si muovono come mani su una tastiera di pianoforte. E’ una sensazione che si sente ancora più intensa specie nei luoghi di lavoro in disuso, abbandonati, dove le storie si sono fermate e si è spezzato il filo del presente.

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“L’Officina” tipografica Grifani-Donati mantiene, rappresentando una entità viva, un fluido che collega il passato al presente. L’attività tipografica non può essere più quella di un tempo, ma le plurime tecniche antiche e tradizionali, la dotazione di macchine d’epoca consentono, ancora oggi, una limitata produzione specifica e d’eccellenza, non ripetibile con le tecniche contemporanee. Ma il fluido ha la spinta essenziale da chi dell’”Officina” rappresenta la continuità multi generazionale di esperienza e sapienza e che, come un “Virgilio”, si è assunto il compito di accompagnare ed essere il tramite per dare flusso espansivo al patrimonio culturale, tecnico e umano stratificato dai suoi predecessori e da lui stesso. Un narrare la cultura di un lavoro e dei suoi valori che unisce il luogo, le macchine, le tecniche, le alchimie, le storie, le architetture con lo “spago” teso dalla consapevolezza dell’importante compito e dalla volontà di comunicarne la propria serena sapienza. Nello stesso modo compone i caratteri, li lega e li modella fino a produrre la loro “impronta”.

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Aggrappato ad un corrimano di legno sono salito su per una ripida e stretta scala e sono entrato in una grande “sala macchine”. A quel punto l’”homus electronicus” ero solo io con la mia digitale che se avesse avuto un suo libero comprendonio avrebbe sentito l’immediata sensazione di far visita agli antenati. L’unica forma umana in quello spettacolo di macchine, cassetti, caratteri, lastre, inchiostri e carte, venendomi incontro, ha cominciato ad accendere gli spot narrativi. In quella “Officina” rappresenta l’ottava generazione, un continuum senza interruzione di mastri tipografi che sapeva e sa come far parlare le macchine, gli strumenti, i materiali, con tono antico ma con narrazione contemporanea. Presenta le macchine una ad una come fossero colleghi di lavoro. E come un bravo attore attrae l’attenzione, stuzzica la curiosità, innesta la partecipazione. Si muove sicuro toccando e dando nome a ciascun attrezzo e macchinario, li unisce e li fa colloquiare con la storia, la scienza, la vita sociale e poi, sapendo che l’esperienza e la conoscenza ti rimangono attaccate se viene coinvolta la sensorialità pratica, comincia a lavorare.

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La stesa di caratteri di piombo luccica severa sul bancone inclinato, “come probabilmente quella di Gutenberg nel 1455 o quella di uno sconosciuto cinese, ancora prima, nel 1234” precisa. Domanda i nostri nomi e, quasi senza guardarli, prende uno ad uno i caratteri componendoli. Mentre compone narra di sistemi di misura, di “corpi”, di “giustezza”, di cliché, specificando per ognuno la necessità pratica e funzionale, del perché esistono e come sono stati creati e ti fa capire quanto “Word” sia vecchissimo. “Non si inchiostra tenendo il rullo come un pennello, lo si deve impugnare per imprimere l’inchiostro, gli si deve far sentire questa volontà, si deve stringere il manico in un pugno”. Ti fa apprendere come il movimento e il suo sincronismo, la calibrazione della forza e la sua applicazione armonica siano simmetrici a quelli espressi dalle macchine, dagli ingranaggi e pure dalle forme degli attrezzi. Calcografia, litografia, rilegatura, galvanotipie, xilografia, incisione, reazioni chimiche, inchiostri, carta, diluenti, pietre, legni, feltri, rame, piombo, torchi, rulli, sgorbie, bulini, raschietti, vescovi, cardinali, potenti, poveracci, economia, lettura, artisti, manoscritti, stampe e poi aneddoti, curiosità, particolarità. Un vero e proprio fuoco di fila, muovendosi con determinazione sapiente, non seguendo procedure, ma come il solo istinto. A ben pensare non mi ha stupito con effetti speciali ma con la normalità di un racconto, facendomi viaggiare attraverso una storia antica e attuale che ci appartiene e di cui portiamo una “impronta” indelebile.

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©2013 fotobiettivo.it / stefano baglioni

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